Antonella Adorisio

Perché cambiare è difficile? Perché le condizioni di sofferenza si perpetuano con tanta facilità e le vittime di traumi spesso attirano a sé esperienze ri-traumatizzanti?
Ripetitività e dipendenza emotiva
All’interno del sistema “essere umano” la ripetizione è necessaria alla crescita e all’apprendimento. I bambini hanno bisogno di ripetere più volte gli stessi gesti prima di poter imparare a parlare, camminare, saltare, correre, lavarsi, leggere, scrivere e così via. Similmente, i bambini hanno spesso bisogno di sentirsi ripetere la stessa fiaba che offra loro sufficienti garanzie di conferma e contenimento.
Anche da adulti qualunque nuova attività viene appresa attraverso la ripetizione. Il nostro cervello tende ad attivare gli stessi schemi neurali attraverso l’associazione, la ripetizione e il ricordo. Se le emozioni si ripetono, si viene a creare una dipendenza e un’assuefazione che è sia psichica che fisica e diventa sempre più difficile liberarsene.
Ad esempio la rabbia sempre attiva continua ad alimentare sé stessa e produce determinate sostanze chimiche che a loro volta creano assuefazione nel corpo; l’ansia genera ulteriore ansia, la tristezza alimenta la tristezza, oppure la sensazione di essere vittima continua ad auto-alimentarsi in un lamento senza fine. A volte più si apre la ferita e più si crea la necessità di aprire quella ferita.
Ripetizione e neurofisiologia
Cambiare è difficile non solo perché si mette in crisi l’identità e tutto ciò che è familiare, ma anche perché il cambiamento comporta l’interruzione di una dipendenza psicofisica e l’attivazione di nuovi circuiti neurochimici.
È stato dimostrato dalle neuroscienze che quanto più rivolgiamo la nostra attenzione al dolore, tanto più questo aumenta mentre se indirizziamo la nostra consapevolezza verso qualcosa di diverso, i circuiti neurologici che processano il dolore possono essere temporaneamente spenti. Ad esempio quando si avverte un forte dolore fisico e interviene un evento imprevisto che toglie l’attenzione al dolore, questo si attenua notevolmente.
Allo stesso modo una situazione di sofferenza può essere alleviata da una passeggiata nella natura, dal conforto di una voce amica, dal poter portare l’attenzione al respiro, da una pratica meditativa.
Ripetizione e finalità evolutive
Dal punto di vista della specie umana, a che cosa serve la morte? E’ evidente che la morte dell’individuo serve alla sopravvivenza della specie. E a che cosa servono gli ostacoli, i traumi e le malattie? Probabilmente all’evoluzione della specie.
Molte tradizioni spirituali ci ricordano che l’ostacolo è il Maestro e i problemi sono i nostri insegnamenti.
Dietro il ripetersi sempre uguale dei peggiori sintomi può sempre nascondersi una finalità evolutiva.
È come quando un bambino impara a camminare. All’inizio prova ad alzarsi e cade, poi ci riprova. Ma se smettesse di provarci non potrebbe imparare. Se un bimbo un po’ più grande vuole imparare a saltare un ostacolo deve poterlo fare finché non ci riesce. E se si arresta prima dell’ostacolo, o cambia direzione, non imparerà.
Così noi adulti se più volte ci troviamo a scontrarci contro gli stessi ostacoli, insomma a sbattere di nuovo la testa contro lo stesso muro, sarà solo perché siamo in balia delle emozioni distruttive o non ci sarà forse una finalità evolutiva del Sé che preme affinché si possa superare quell’ostacolo?
Evoluzione e spiritualità
Le leggi della natura sembrano essere spietate rispetto al fine dell’evoluzione spirituale: o superi l’ostacolo evolvendo e aiutando così l’evoluzione della specie o rimani incapsulato nella ripetizione di un ritmo distruttivo fino alla morte. La natura come dice Jung è “bella e terribile”. Se ciascuno di noi impara a superare l’ostacolo più difficile, diventerà un individuo più evoluto e di conseguenza più complesso e più flessibile. Poiché siamo tutti immersi in uno stesso campo universale, se più individui sviluppano quella capacità, molti altri individui per via della risonanza morfogenetica potranno superare quella difficoltà.
Risonanza Morfogenetica
Rupert Sheldrake ha proposto il concetto di risonanza morfogenetica per indicare la trasmissione delle informazioni che all’interno delle diverse specie, avviene in modo non locale.
In una concezione olografica dell’universo e del cervello, trasformando noi stessi contribuiamo alla trasformazione della specie. Se poi il numero di persone che si trasforma raggiunge la massa critica, ovvero quella soglia quantitativa minima che permette la trasmissione dei mutamenti a tutti i membri della stessa specie, si possono generare trasformazioni significative a livello mondiale.
Sheldrake, con le sue teorie, si affianca al concetto di inconscio collettivo di Jung e di ordine implicito di David Bhom e ci ricorda che tramite la risonanza morfogenetica, ciascun membro di ogni specie riceve e contribuisce alla memoria collettiva.
Per Sheldrake l’Universo stesso è in continua evoluzione e le leggi della natura, piuttosto che leggi fisse e immutabili, sono abitudini ad alta tendenza probabilistica. Anche i campi morfogenetici, così come gli organismi viventi alla cui organizzazione presiedono, evolvono.
Come trasformare la ripetitività fine a sé stessa?
La soluzione sembra essere nascosta proprio là dove è più visibile: se la ripetizione genera abitudini e dipendenze automatiche, la cura non può che essere omeopatica. La ripetitività può essere trasformata attraverso la ripetitività.
Dall’entropia alla sintropia
È possibile instaurare una dipendenza da uno stato di fiducia e di benessere tale che gli automatismi distruttivi, non trovando terreno fertile per attecchire, vengano facilmente eliminati?
Il ripetersi di esperienze sufficientemente buone crea un ambiente che attira a sé nuove esperienze costruttive e facilita il passaggio dall’entropia alla sintropia.
Grazie alle recenti scoperte sulla neuroplasticità sappiamo che ogni volta che facciamo una nuova esperienza o impariamo qualcosa di nuovo, il cervello cambia sé stesso ovvero si vengono a creare nuovi circuiti neurali, ma senza la ripetizione che fissa le nuove connessioni, queste possono dissolversi in un attimo.
Non basta fare una cosa buona una volta sola. Quando qualcosa di nuovo viene creato ha bisogno della ripetizione per essere fissato; in tal modo si garantisce la stabilità del sistema. La ripetizione di modelli positivi nuovi crea e fissa una nuova struttura neurale mentre smantella le vecchie.
Caos e ordine
Così abbiamo bisogno di entrambe le cose, del caos che ci porta alla creazione del nuovo e della ripetizione che ci permette il mantenimento della struttura appena creata. La ripetizione dei pattern negativi si può trasformare attraverso la reiterazione di modelli positivi. Ci vuole dunque un’interruzione della continuità e un ripetersi di esperienze nuove.
In terapia è importante ri-creare le condizioni che permettono l’attivarsi di esperienze positive trasformanti.