Antonella Adorisio

Per Jung la psiche tende spontaneamente a evolvere attraverso il processo di individuazione, un movimento verso la realizzazione del Sé e una maggiore totalità. Resistere a questo processo genera tensione, conflitti e sintomi: è il segnale che qualcosa nell’interiorità chiede di essere riconosciuto.
Cos’è il processo di individuazione?
L’individuazione è il processo attraverso cui una persona diventa sempre più sé stessa. Non significa aderire a un ideale, ma avvicinarsi alla propria verità interiore, accettando contraddizioni e complessità. L'individuazione differenzia l'individuo dagli altri, rendendolo al tempo stesso capace di relazioni più autentiche e meno proiettive, unendo la dimensione individuale a quella collettiva.
"L'individuazione non esclude, ma include il mondo." C.G.Jung
Il processo di individuazione secondo Jung è il percorso psicologico di una vita intera, volto a integrare i contenuti consci e inconsci per realizzare il Sé, ovvero la totalità e unicità della personalità. Poiché l’inconscio è inesauribile, questo cammino dura tutta la vita e non è una meta da raggiungere. L’obiettivo è conoscere sé stessi per divenire sé stessi, lungo un'autorealizzazione che connette l'individuo al mondo.
Relazione
“L'uomo senza relazioni non possiede totalità, perché la totalità è raggiungibile solo attraverso l'anima, la quale dal canto suo non può esistere senza la sua controparte, che si trova sempre nel Tu”. C. G. Jung
Ogni processo di individuazione richiede che parti sconosciute della propria personalità totale possano gradualmente emergere, ovvero essere viste, riconosciute come proprie e integrate. La capacità di essere in relazione sia con l’altro dentro di noi, sia con l’altro fuori da noi, è fondamentale per il processo di individuazione. Quando si è in relazione con il proprio inconscio, si riesce a vedere le cose in modo più chiaro; quando si è posseduti dalle proprie emozioni e proiezioni si ha una visione distorta della realtà.
Verità e proiezioni
E a questo proposito vorrei riportare una storia narrata da Thich Nhat Hanh. «Voglio narrarti la storia del giovane vedovo che aveva un figlio di cinque anni. Lo amava più della sua stessa vita. Un giorno dovette lasciarlo a casa e uscire per affari. Arrivarono i banditi che saccheggiarono il villaggio, lo diedero alle fiamme e rapirono il bambino. Ritornato, l’uomo trovò la casa bruciata e, lì accanto, il cadavere carbonizzato di un bambino. Credette che fosse il figlio. Pianse di dolore e cremò ciò che restava del corpo. Amava tanto il figlio che raccolse le ceneri in una borsa che portava sempre con sé. Mesi dopo, il figlio riuscì a scappare e ritornò al villaggio. Era notte fonda quando bussò alla porta. Il padre stringeva tra le braccia la borsa con le ceneri e singhiozzava. Non aprì la porta, benché il bambino dicesse di essere suo figlio. Era convinto che il figlio fosse morto e che alla porta battesse un bambino del villaggio che voleva prendersi gioco del suo dolore. Il bambino fu costretto ad andarsene, e padre e figlio si perdettero per sempre. Ora vedi, amico mio, come, se ci attacchiamo a un’idea e la riteniamo la verità assoluta, potremmo trovarci un giorno nella situazione del giovane vedovo. Pensando di possedere già la verità, non potremo aprire la mente per accoglierla, anche se la verità bussasse alla nostra porta.» Thich Nhat Hanh